PESCA AL COLPO

Il “Master” di pesca? Rigorosamente a Lecco!


Il Mincio a Peschiera è l’Università Italiana della pesca! Si, vero, effettivamente è difficilino come posto. Potrebbe essere anche la Laurea Triennale per imparare a pescare, ma se volete raggiungere il top allora è meglio che vi spostiate sull’Adda a Lecco. Qua c’è la vera essenza della pesca! Dopo l’Università c’è chi fa il Master per eccellere, bene, dopo Peschiera la specializzazione è Lecco.




Qualcuno mi chiederà “Come si pesca in roubaisienne?”. La risposta non può che essere diretta: “Vade retro eretici!”. Se volete imparare a pescare sul serio, la “francese” si abbandona in garage e si rispolverano le bolognesi.

L’Adda a Lecco è la casa di brianzoli, bergamaschi e milanesi. E’ uno dei posti più belli dove poter calare le lenze. In realtà tutta l’Adda è favolosa, soprattutto perché permette di catturare specie differenti a seconda del tratto di pesca. Non so se vi ricordate, ma giust’appunto un anno fa avevamo realizzato un servizio di pesca su questo fiume all’altezza di Spino d’Adda; oltre ai cavedani e a qualche pigo, la breme fu la padrona indiscussa della giornata. Pesce, questo, che a causa degli sbarramenti di Trezzo d’Adda e di Olginate non può risalire fino alla città di Lecco. Qua, gli abitanti sono esclusivamente autoctoni: cavedani, trote, pighi, persici reali, alborelle, scardole, savette e barbi. Questi ultimi sono rigorosamente nostrani, dai colori sgargianti ed il muso ben distinguibile da quelli “comuni” che popolano gran parte del bacino del Po. Stiamo parlando del vero e proprio Barbus plebejus. Per i pesci autoctoni è obbligatorio utilizzare una tecnica nostrana. La canna fissa potrebbe essere una buona alternativa, ma il tivano a Lecco spira fortissimo il mattino nel periodo autunnale, a meno che non ci sia nuvoloso come in questa uscita. Per un miglior controllo della lenza e soprattutto un miglior controllo del pesce una volta attaccato, la bolognese è la canna migliore. Come spesso accade in pescate in acqua corrente, a portarmi è stato un guru dell’Adda. Chi? Ma naturalmente Maurizio Teodoro, che ormai non presento nemmeno più visto quante volte lo avete visto su queste pagine. E Maurizio non posso che continuare a ringraziarlo per l’aiuto che mi da. Ogni volta mi assicura che si prenderanno pesci favolosi ed ogni volta non mi delude. E così è stato anche questa volta. In più, con l’esperienza che ha maturato negli anni, ad ogni uscita imparo sempre qualcosa di nuovo. Per fare le cose per bene, abbiamo riunito il trio protagonista lo scorso anno. Oltre a Maurizio sono tornati con noi anche Paolo e Cristian. Anzi, a dir la verità è merito loro se ho potuto fare questo servizio. Devo ammettere che un po’ ci avevano deluso in quanto pochi giorni prima avevano preso diverse savette e l’obiettivo dichiarato era fotografare le “salene”. Savette che purtroppo questa volta non si sono fatte vedere, ma al posto loro abbiamo avuto delle visite in ogni caso gradite.

Per catturare cavedani e pighi, Maurizio ha pensato bene di portare con sé le bolognesi della Fly, da anni prodotti top sul mercato: stiamo parlando delle Primatist Strong, ideali per questa tipologia di pesca. il loro fusto molto sottile garantisce che non facciano resistenza al vento, che siano nervose per i lanci lunghi ma, allo stesso tempo che abbiano un’azione progressiva. Azione che deve contrastare le violente e improvvise fughe del pesce verso il centro del fiume. Un problema non da poco se consideriamo che è d’obbligo l’utilizzo di finali molto sottili dello 0.08 – 0.09 mm, con condizioni di corrente da almeno 5 – 6 grammi. Di norma la corrente del fiume è quasi sempre abbastanza stabile, salvo rare occasioni in cui il lago è molto alto e la diga deve scaricare una gran quantità di acqua. Oltre alle bolognesi, il commissario tecnico due volte campione del mondo con i giovanissimi azzurri ha portato altri prodotti della ditta con sede a Lainate. Non potevano mancare i galleggianti Alien nelle misure superiori ai quattro grammi. Passano gli anni, ma questi galleggianti non smettono mai di essere i migliori in condizioni di questo tipo. Con la loro forma a goccia ed il filo passante, garantiscono un perfetto controllo della passata e, naturalmente, un’ottima segnalazione della mangiata. Quando si pescano cavedani, pighi e barbi la sensibilità non ha molta importanza poichè la mangiata è netta e diretta. Per quel che riguarda gli ami, Katsuichi è una garanzia. Tra le tante (e ottime) serie di ami prodotte dalla ditta giapponese, per i nostri pesci nobili la Serie SV 110, nelle misure del n. 20 – 22, è quella più indicata per la pesca con uno o al massimo due cagnotti. Come si pesca a Lecco? Beh, i nostri “tre brianzoli” lo hanno spiegato nel migliore dei modi o meglio, più che spiegare, me lo hanno mostrato. Prima cosa, la pesca si effettua rigorosamente in acqua. La scelta ricade tra waders e stivaloni, ma un consiglio è quello di utilizzare i primi per due motivi: in primis perché tengono più caldo rispetto ai “leggeri” stivaloni e, in secondo luogo, permettono maggiore mobilità in acqua. Prima di iniziare la pescata è opportuno sondare molto bene il fondale per trovare il giusto passaggio tra le erbe. Solo così si saprà con esattezza dove effettuare la pasturazione. A proposito di ciò, con una profondità di almeno quattro metri ed una corrente sostenuta cagnotti e pastura non riusciranno mai a stare per molto tempo nella zona di pesca desiderata. Motivo per cui è quasi un obbligo utilizzare le retine. Attenzione però, assicuratevi che siano biodegradabili per non inquinare il fiume. Queste retine sono realizzate con una maglia metallica che nel giro di pochi giorni si scioglie completamente. Per quanto riguarda la pastura a Lecco ne serve davvero tanta; almeno cinque chili sono necessari, oltre ai cagnotti. Il problema principale è che in Lombardia il limite concesso è di mezzo chilogrammo. Se si è almeno in due o tre a pescare sarebbe meglio, in modo da avere a disposizione un quantitativo maggiore. Per quanto riguarda la pastura, il mix Fly tra la bianca Scardola Cavedano e la rossa Barbo Savetta si è comportato più che bene e per la pesca a cavedani, scardole e pighi si ripropongono come le migliori pasture in circolazione. Ma bando alle ciance, è tempo di vedere in azione gli “autoctoni” bipedi!

Cristian a monte, mentre Maurizio e Paolo rimangono più a valle sulla stessa pasturazione. Prima di vedere una mangiata non passa molto tempo che la canna di Paolo si piega e viene a guadino uno stupendo pigo dal colore molto scuro. Potrei dire che si tratta dei grossi pighi dell’Adda, ma mentirei visto quanto possono arrivare di dimensione. Negli anni passati non sono stati rari esemplari oltre ai due chilogrammi catturati durante il Campionato Regionale Lombardo nello stesso tratto. Appena questo pesce finisce in nassa, anche Maurizio scappotta con un bel cavedano che non dà molti problemi. Neanche Cristian sta a guardare e anche lui mette in nassa un cavedano dietro l’altro. Nel mezzo, diversi persici appena al di sotto della misura minima attaccano ai cagnotti sull’amo. Sarebbe troppo bello però se il pesce continuasse a mangiare così tutto il giorno e succede l’inevitabile. Tutt’un tratto le mangiate calano e poi scompaiono. Le passate vanno a vuoto ed urge non solo una nuova pasturazione, ma anche una diminuzione dei finali. Non è una novità. L’Adda è imprevedibile ed i pesci molto furbi. Si passa sullo 0.08, le mangiate ritornano, ma non ci mettono molto a riscomparire di nuovo. Nel frattempo la domanda è sempre la stessa: “Ma le savette dell’altro giorno, che fine hanno fatto?”. C’è poco da stupirsi, sono pesci difficili da catturare e, viaggiando in branco, si spostano da una riva all’altra o da un punto all’altro a seconda di temperatura e livello dell’acqua. Poco male, per delle belle foto, abbiamo pesci favolosi. Ma non è finita, perchè la vera sorpresa di giornata arriva quasi all’ultimo.

E alla fine arriva lui. La sorpresa di giornata. Un favoloso baffone nostrano stimato attorno ai due chili o poco meno che ha attaccato all’amo di Cristian. Il combattimento non è stato molto veloce. Tirare fuori dal flusso di corrente quel pesce non è stato affatto facile e piuttosto che perderlo si è preferito lavorarlo con calma. Era il pesce che serviva per la foto finale. Adesso il prossimo obiettivo è tornarci, magari in cerca di savette o magari anche a feeder in cerca di qualche altro stupendo barbo over size!