PESCA AL COLPO

E’ tempo di lavarello con Umberto Ballabeni e Maurizio Teodoro


ALLA RICERCA DEL LAVARELLO CON DUE CAMPIONI

A seconda della zona di residenza, sono tanti i pescatori che hanno segnato sul calendario una data ben precisa e che cade sempre attorno alla fine di gennaio. Una data che riguarda l’apertura della pesca al coregone o lavarello. Un pesce appartenente alla sottofamiglia dei coregonidi inclusa nella famiglia dei salmonidi. Praticamente il coregone è uno strettissimo parente della trota, senza alcuna particolare livrea, contraddistinto da una colorazione argentea. Una pesca, quella del lavarello, molto interessante, che si può effettuare solamente nei laghi pescando dalla barca, su profondità piane che variano tra i 25 e 40 metri. Per intenderci, sarà impossibile trovare i lavarelli su fondali con forti dislivelli o su costoni perpendicolari. Motivo questo che non solo obbliga di possedere una barca o conoscere qualcuno che ce l’abbia, ma soprattutto essere muniti di ecoscandaglio per trovare la zona di pesca migliore. Una pesca affascinante, non particolarmente complicata ma che, come tutte le tecniche, presenta alcune difficoltà all’inizio. Non si tratta di pescare con le classiche tecniche di pesca o con esche come cagnotti, vermi o mais. Le esche regine sono le moschette, inneschi realizzati artificialmente che ricordano molto le larve di chironomide e realizzate in casa con diverse colorazioni: dal classico rosso al verde, passando per viola, fucsia e giallo. Quale sia il colore giusto da utilizzare è impossibile saperlo, al punto che in una lenza costituita da cinque moschette, si tende a mettere sempre due varianti. Iniziare a pescare i lavarelli non è cosa di tutti i giorni, serve sempre qualcuno che dia un minimo di basi. Per mia fortuna ho avuto due maestri d’eccezione e che non hanno assolutamente bisogno di presentazioni: Maurizio Teodoro e Umberto Ballabeni. Due agonisti eccezionali, ma soprattutto due puri pescatori che non si fermano alla sola pesca al colpo. Da diversi mesi Maurizio mi aveva invitato con lui ed Umberto per un’uscita a coregoni ed appena ne ho avuto la possibilità non ho esitato ad accettare. Maurizio ed Umberto sono soliti a fare queste uscite di pesca, specialmente in questo periodo che i coregoni sono ben in attività sui laghi d’Iseo e di Garda. Ma per loro questo è anche periodo per andare al mare, sia da riva che in barca, alla ricerca di orate e spigole. Se ricorderete qualche tempo fa avevamo pubblicato delle foto di pescate in mare che i due capitani dell’under 18 ci avevano inviato.




Per questa uscita la scelta è stata quella di restare vicini a casa, andando su un lido sicuro del Lago d’Iseo dove si potevano avere ottime probabilità di catturare qualche lavarello. E così è stato in quanto, pochi minuti dopo aver buttato l’ancora su un fondale di 35 metri, si sono avute le prime mangiate. Ma facciamo un passo indietro parlando un attimo dell’attrezzattura necessaria. Si tratta di una tecnica di pesca che richiede poco materiale: due canne, una cassetta con lo stretto necessario, le moschette ed un guadino. Fondamentale è la tipologia di canna che si deve utilizzare. Non si può utilizzare una classica canna all’inglese o da spinning. Pescando dalla barca la misura deve essere ridotta, al massimo di tre metri, ma ciò che conta più di tutto è la sensibilità del cimino. Montare la lenza è a dir poco un gioco da ragazzi: dopo aver fatto passare un sottile trecciato dello 0.08 tra gli anelli, si lega una girella con moschettone al quale si collegherà il finale con le moschette. Forse la parte più impegnativa è quella dello svolgimento delle stesse moschette dal pezzo di legno su cui sono state avvolte. In fondo al terminale si predispone un piombo da 10 o 20 grammi a seconda della corrente o della profondità. A questo punto la lenza è pronta per dare inizio alla pescata. Per inauguare la pescata si cala il piombo finchè non tocca il fondale. Da questo momento in poi si può cominciare a pescare, tentando di trarre in inganno i lavarelli con ottime imitazioni del loro cibo preferito. La funzione delle nostre moschette è di ricordare il momento della schiusa delle larve di chironomide, dal fondale verso la superficie. Il movimento quindi deve ricordare proprio il distacco delle larve dal fondo con un’alzata della canna molto lenta, dall’alto verso il basso. Quando il pesce passerà in zona vedrà questo movimento e sarà attratto dalle diverse colorazioni. La mangiata del lavarello è molto delicata e questo spiega il perché della necessità di avere a disposizione delle cime molto sensibili ed in bobina del sottile trecciato. Può davvero sembrare una stupidata pescare i coregoni, ma vi posso assicurare che non è affatto così. Serve polso, grande concentrazione ed una mano molto ferma, oltre a saper distinguere una mangiata dal movimento del piombo. Per pescatori allenati come Umberto Ballabeni e Maurizio Teodoro è un gioco da ragazzi ma chi, come il sottoscritto, non ha mai svolto una pesca di questo tipo può trovare grandi difficoltà. Alla fine della giornata le catture sono state diverse, sia tra quelle portate a guadino, che quelle slamate durante il recupero dai fondali del Sebino. Questo pesce infatti possiede un apparato boccale molto delicato, fattore questo che obbliga un recupero lento del pesce verso la superficie e il conseguente impiego del guadino per portare in barca qualsiasi cattura. La maggior parte delle mangiate sono state effettuate sulle moschette più vicine al fondo, motivo per cui sono state utilizzate delle lenze da cinque moschette tutte racchiuse in un metro. La pesca al coregone prevede diverse limitazioni: prima di tutto gli esemplari sotto i 30 centimetri devono essere rilasciati, non è possibile trattenere più di dieci capi a testa ed infine non si possono utilizzare più di cinque – sei moschette. Il lavarello è oggetto di pesca professionale per le sue ottime carni e devo dire che effettivamente assaggiandolo mi sono reso conto che si tratta di uno dei migliori pesci di acqua dolci che abbia mai mangiato.