Pesca all'orata dalla barca PESCA MARE

Pesca all’orata dalla barca


IN CERCA DELL’ORATA DALLA BARCA

L’inverno esalta spesso il dinamismo di alcune delle specie più interessanti dei nostri fondali, tra queste ritroviamo sicuramente l’orata, una preda difficile ed ambita in grado di far perdere la testa anche agli angler più esperti e blasonati. Tesi di laurea di un appassionato da natante, in realtà la cattura di una orata adulta raramente prescinde da un’azione di pesca praticamente perfetta, laddove alla immancabile tecnica spicciola si sommano conoscenza e senso dell’acqua. A concretizzare questo consolidato assioma concorrono, dunque, fondamentali alieutici di primaria importanza come innesco, pasturazione, scelta delle attrezzature e posizionamento sullo spot di pesca. Vediamo di seguito come condurre al meglio una battuta votata alla ricerca di uno dei più pregiati sparidi del Mare Nostrum.




Attenti all’eco

Determinante per l’ottenimento dei risultati sperati, il ritrovamento dello spot e soprattutto la collocazione della imbarcazione sulla posta di pesca dovranno costituire le operazioni primarie della giornata. Si inizierà chiaramente con l’individuazione di un substrato ideale costituito di solito da una secca discretamente articolata, con prevalenza di roccia o di coralligeno, diversificata nella sua morfologia da macchie di posidonia o da piccole radure fangose. Habitat ideale per le grosse orate riproduttrici e per i maschi che giocoforza le seguono, queste poste potranno essere collocate a profondità mai eccessive diciamo nell’ordine dei -20-40 mt ed a distanze dalla costa che a volte possono apparire addirittura minimali per un’uscita a bolentino. Una volta identificato lo spot giusto, per quel che riguarda il posizionamento dell’imbarcazione si avranno due precise opzioni. In questo caso, infatti, procedendo ad un attento scouting del fondale si individuerà dapprima il cappello della secca per poi seguire la cigliata fino a raggiungerne le propaggini di più morbido fango. Presi i riferimenti del caso, la zona da approcciare andrà a questo punto decisa grazie ad una attenta scorsa di quanto riportato dall’ecoscandaglio. Tenendo presente l’indole di nomade grufolatore di cui è provvista l’orata e soprattutto dell’azione di richiamo svolta dal nostro brumeggio, valuteremo dapprima l’eventuale nonché deleteria presenza di pesciolame disturbatore che di solito si concentra sul culmine della posta. In presenza di evidente attività di boghe, menole, sugherelli ed altri affamati banchi di piccoli pelagici, allora, più che agire sul cappello preferiremo spostare la nostra attenzione sulle parti più esterne dello spot, proprio laddove l’eco di bordo mostra una apparentemente sterile e liscia distesa. In omaggio a quanto detto prima infatti, le raminghe orate non disdegneranno di seguire gli effluvi della pasturazione e rintracciare i nostri bocconi finanche nei pressi di aree apparentemente poco proficue come quella appena descritta.

Attrezzi ad hoc

Insidiando prede naturalmente diffidenti come l’orata di taglia, andrà da se che l’azione di pesca andrà “massimizzata” attraverso la cura di ogni particolare dell’attrezzatura. Tralasciando un attimo terminali ed ami di cui ci occuperemo nel paragrafo successivo, in questo caso per esprimere al meglio la nostra azione di pesca ed aumentare le chance di successo risulterà necessario calibrare a dovere la scelta di canne e mulinelli. Iniziando dalle canne, per questa tecnica traguarderemo esclusivamente attrezzi la cui lunghezza non risulti mai inferiore ai 4 mt, qualità che ci consentirà di avere tra le mani un attrezzo in grado di combattere facilmente grossi pesci e gestire per bene terminali dal lungo svolazzo. Per risultare idonea la canna di specie dovrà inoltre possedere un fusto dalle caratteristiche ben precise che esprima all’unisono potenza di lifting tanto da “trattenere” il pesce sul luogo della allamata ed allo stesso tempo progressività sotto sforzo per agevolare il combattimento con prede di taglia. Tra le migliori realizzazioni rintracciabili sul mercato faranno al caso nostro le canne progettate per il drifting ancorato preferibilmente scelte nella versione hard, in assenza di questi specifici modelli andranno comunque bene finanche le comuni canne da bolentino in grado di gestire circa 150 gr. di piombo. Parlando dei recuperi, invece, fermo restando l’adozione del classico mulinello da natante (grossa, bobina, basso rapporto di recupero, ecc.) fondamentale per questo genere di tecnica si rivelerà la scelta del filato da porre in bobina. Escludendo a priori ogni fantascientifica tipologia di trecciato, sempre troppo “duro” sulle testate della preda, anche in condizioni di discreta corrente sarà meglio impiegare nylon o fluorocoated di diametro variabile tra uno 0,30-0,35, ovviamente da proporzionare ai terminali utilizzati ed alle condizioni meteo del momento.

Ami, finali & co.

Inutile dire che insidiando prede di tale lignaggio, nel confezionamento dei terminali per orata si dovrà tendere alla perfezione tecnica realizzando lenze inappuntabili soprattutto per quanto riguarda l’accessoristica. In questo caso partendo dagli ami e conoscendo il terribile palato cui andranno incontro, traguarderemo modelli sicuramente robusti caratterizzati dalla classica punta beak leggermente rientrante, dal filo abbastanza spesso e da un ardiglione in grado di assicurare una presa a prova di bomba. Per quanto riguarda le misure, tenendo sempre a mente gli inneschi da proporre, benché le orate adulte posseggano una bocca degna delle più alte misure zerate, in un’ottica maggiormente “allround” opteremo per uncini di misura abbastanza piccola variabile tra 1 ed 1. Similmente univoca la scelta del filato, allorquando per i braccioli da dedicare a questi nobili sparidi opteremo esclusivamente per un tratto di più rigido fluorocarbon maggiormente resistente alle abrasioni rispetto al morbido nylon. Per quanto riguarda i diametri da impiegare, tenendo bene a mente la sospettosità delle prede target ma anche l’ostico ambiente presso il quale andremo ad insidiarle, potremo valutare una soluzione di mezzo partendo da un 0,30. Misura che potrà essere aumentata fino ad un massimo del 0,36-0,38 in caso di pesci in netta mangianza o di orate di taglia extra.

Uno…o due

Scelti gli accessori del caso, ricercando le regine dei fondali impiegheremo due classiche architetture di lenza. La più semplice prevede il sempiterno lungo e svolazzante bracciolo (cm 150-200) da far lavorare a scorrere al di sotto del piombo ed a stretto contatto del fondale. Per la sua realizzazione sarà sufficiente partire da un affidabile perfection loop collegato alla girella doppia di un corto boom divergente (10 cm) tramite un pezzetto di silicone ed una conseguente treccina antitangle. Allestito all’insegna della semplicità questo genere di terminale si rivelerà spesso il più catturante non solo grazie ad una migliore presentazione dell’esca ma in quanto permetterà alle orate di assaggiare per bene il boccone senza per questo risentire dell’ingombrante presenza della zavorra. Per adire ad una pesca un po’ più “dura” e più generica, invece seguiremo lo schema del classico trave alla “genovese” contraddistinto da due braccioli lunghi 100-120 cm da applicare attraverso affidabili snodi intercambiabili tipo Vertigo o Stonfo Beads. Apparentemente meno efficace della predetta montatura scorrevole, questa tipologia di lenza si rivelerà vincente nelle more di precise condizioni ambientali vedi mare mosso e corrente sostenuta o allorquando avremo a che fare con pesci in chiara frenesia alimentare.

Classiche alternative

Sostanzialmente onnivora l’orata può essere insidiata attraverso un vasto spettro di esche. Spaziando dalla più classica sardina alla più difficoltosa oloturia possiamo dire che può esserle gradito quasi tutto in special modo durante il montone, momento riproduttivo nelle more del quale i pesci sono sicuramente meno schizzinosi. Premesso ciò per una battuta dedicata a questi sparidi sarà bene avere con noi esche oleose come la sardina, esche morbide come l’interno della cozza insieme ad inneschi maggiormente resistenti come i tentacoli e la testa del totano o il paguro intero sgusciato. Volendo proporre esche ancora più coriacee in grado di resistere egregiamente ai morsi della eventuale minutaglia di fondo la scelta ricadrà invece sui classici bocconi corazzati come il granchio o la cozza intera. In presenza di un parco esche così variegato, soprattutto utilizzato più di una canna in pesca avremo modo di velocizzare la nostra azione cognitiva circa le predilezioni giornaliere dei pesci e regolarci di conseguenza.

Attesa controllata

Più semplice di quanto si creda, tentando le orate sul fondo, l’azione di pesca vera e propria non si discosterà tanto da quanto già fatto nelle more di una normale uscita a bolentino. Considerato che la ricerca dei pesci verrà effettuata a stretto contatto con il fondale e che non dovremo agire in drifting ancorato, una volta posizionata l’imbarcazione sulla perpendicolare dell’area di nostro interesse, inizieremo la normale operazione di brumeggio. In questo caso l’attrezzo principe sarà il pasturatore a sgancio ben farcito da pezzi di sardina grossolanamente tagliati misti a qualche sardina intera. Dopo aver preparato il fondo attraverso un paio di copiosi “sganci” procederemo con il metter in pesca le canne. Trattandosi sostanzialmente di una verosimile pesca di attesa impiegheremo dai due ai quattro complessi pescanti differenziandoli per inneschi, diametro dei terminali ed eventualmente dimensione della zavorra. Una volta in pesca, tenendo presente che l’orata quasi mai farà stridere la frizione con irrefrenabili partenze in stile dentice, dovremo giocoforza “stare sul pezzo” adocchiando con molta attenzione le vette. Segnale della sua presenza, infatti, saranno delle tocche delicate percettibili sulla punta della canna seguite di solito da una leggera flessione del cimino o da un meno ricorrente brevissimo cicaleggio della frizione rigorosamente lasciata la limite dello slittamento. Ad ogni modo una volta identificata la mangiata, non resterà altro che prendere la canna in mano ed assecondare l’assaggio dell’esca fino a quando un continuo appesantimento della lenza ci segnalerà che è venuto il momento di assestare una lenta ferrata.

Box – Far da se…

L’innesco di esche ultra morbide come ad esempio la polpa della cozza abbisogna di una certa manualità e di un buon grado di applicazione per la corretta composizione del boccone. Fermo restando che non tutti gli angler hanno la pazienza di dedicarsi ad inneschi così delicati, con un minimo di inventiva e di manualità è possibile risolvere efficacemente il problema. Riciclando accessori che nulla hanno a che fare con la tecnica in questione come ad esempio vecchie bombarde o inutilizzati waggler da inglese, potremo realizzare in un attimo un attrezzo ad hoc in grado di supportarci egregiamente nell’operazione de quo. In questo caso, infatti, basterà inserire solidalmente all’interno del body di uno dei predetti riadoperati accessori uno o due robusti aghi da innesco e bloccare il tutto con qualche goccia di cianoacrilato. In questo modo otterremo un supporto solido, ergonomico, maneggevole semplicemente perfetto per il contenimento e la successiva manipolazione della sgusciante polpa della cozza.

Box – Pesca e meteo

Con l’esperienza si è potuto notare come l’attività alimentare delle orate sembri incrementarsi esponenzialmente in presenza di alcuni precisi presupposti meteorologici. In omaggio ad un atavico istinto, infatti, come quasi tutte le specie marine, questi sparidi sono notoriamente molto sensibili ai cambiamenti di marea, di corrente e finanche di pressione atmosferica, varianti che giocoforza influenzano le condizioni generali del loro habitat. Mare “fresco” con montanti vento di scirocco e corrente di intensità medio bassa sembrano essere le condizioni migliori, meno propizie invece le fredde giornate di teso e sterile grecale o le condizioni di calma piatta.

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